Nato due volte

Nato Due Volte

Nato due volte

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Dedicato a mamma Clara: una grande grande MAMMA!

Nel 1970 avevo 23 anni e facevo l'attore. Dopo aver frequentato la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Torino, mi sono trasferito a Roma in cerca di lavoro; ho recitato prima con la compagnia del Teatro Stabile di Roma con la regia di Sergio Tofano, nei primi mesi del 1970, e poi, nell’estate dello stesso anno, ho collaborato come aiuto regista e attore allo spettacolo estivo di Tino Buazzelli “Enrico VIII” di Shakespeare.

Durante la tournée, il 19.07.1970, ho subito un gravissimo incidente automobilistico che ha cambiato la mia vita: sono stato sbalzato fuori dall’auto su cui ero trasportato ed ho battuto violentemente il capo sull’asfalto. Con l’autoambulanza, nella notte, dopo essere stato respinto dall'ospedale di  Orbetello e successivamente anche da quello di  Grosseto, sono stato ricoverato presso l’ospedale S. Camillo di Roma, dove sono stato operato al cervello  per il trauma cranico riportato nella caduta a terra. Sono stato in coma, nel reparto di rianimazione,  per circa tre mesi, di cui il primo nel sacco ipotermico.

A questo punto devo ricorrere ai ricordi ed ai fatti che mi hanno raccontato mia madre e le mie sorelle. Marina, mia sorella minore, ha abbandonato la scuola e tutto quello che faceva a Torino per starmi vicino e seguirmi. Del periodo di coma ho solo ricordi imprecisi e parziali. Soltanto verso la fine, quando mi stavo lentamente risvegliando, di quel periodo, ricordo gli incubi che avevo durante il sonno, e quando mi svegliavo urlando a causa di sogni spaventosi: le mie gambe erano ricoperte da montagne di cassette vuote per cui non riuscivo a muovermi. Nel primo periodo della rianimazione nessuno dei miei famigliari poteva starmi accanto perché ero in una camera sterile e venivo mantenuto costantemente in ipotermia per evitare il rischio di febbre alta. In quella condizione ho contratto per due volte la polmonite e ricevuto l'estrema unzione dal sacerdote dell'ospedale. La grande forza d'animo dei miei genitori e la loro determinazione a lottare per la mia vita li ha indotti a cercare a tutti i costi il modo per far sì che un familiare potesse starmi sempre accanto: tramite mio cognato Luigi hanno ottenuto un permesso speciale da un Ministro. A quel punto, avendo la possibilità di starmi vicino in camera di rianimazione, è cominciato il lavoro “pionieristico” di mia madre che, forse inconsapevolmente, spinta dall'amore per me, ha adottato il metodo di risveglio dal “coma assistito” ormai praticato quotidianamente in vari ospedali, ma allora praticamente sconosciuto. Infatti, standomi sempre accanto, mia madre e mia sorella Marina mi parlavano continuamente, mi accarezzavano, mi facevano ascoltare la musica che sapevano che mi piaceva, mi sottoponevano continuamente sia a  stimoli sensoriali che  affettivi.

 Anche i miei colleghi attori, quando venivano a trovarmi, facevano le cose che vedevano fare dai miei parenti. Grazie alla tenacia di mia madre nel portare avanti quelle pratiche assolutamente inconcepibili per l’epoca (eravamo nel 1970), anche i sanitari del reparto di rianimazione si erano convinti che le soluzioni empiriche erano una buona terapia per me, perché ogni tanto davo qualche piccolo segno di risveglio. Infatti all'inizio del periodo di coma  il mio elettroencefalogramma era quasi piatto; dopo circa un mese, uscito dalla terapia del freddo, l'ipotermia, ero sempre in coma ma davo  dei segni di ripresa encefalica:  il mio elettroencefalogramma dava segnali più evidenti. La botta che ho preso al cervello durante la caduta è stata certamente grossa, infatti durante l'incidente avevo riportato un trauma cranico parietale destro con compromissione dell’ extrapiramidale. La diagnosi finale del neurologo che mi aveva in cura è stata di emiparesi destra, quindi con impossibilità a deambulare:  per me si  prospettava per il resto della mia vita una sedia a rotelle. Devo dire che la mia famiglia mi è stata sempre vicino e mi ha continuamente stimolato nel progredire nei miei piccoli miglioramenti e aiutato moltissimo: mia madre  che in quel periodo dormiva pochissimo, ed anche mia sorella Marina erano  sempre presenti al mio letto e si confrontavano continuamente con i sanitari che mi avevano in cura.

Dopo 3 mesi  mi sono svegliato completamente dal coma; il risveglio, a detta dei miei , e  come confermato dalla cartella clinica, è cominciato 75 giorni dopo l'incidente ma si è protratto ancora per una quindicina di giorni, infatti  alternavo veglia e sonno, fino  al completo risveglio verso la fine del terzo mese. Ricordo che in uno dei miei risvegli vedendo mia madre china su di me amorevolmente, le ho detto: “come sei invecchiata!” Effettivamente quei tre mesi erano stati lunghi e penosi e le si erano imbiancati quasi completamente i capelli.

Dal San Camillo di Roma  sono uscito su di una sedia a rotelle ma dopo aver compiuto grossi miglioramenti, e dopo essere stato sottoposto sperimentalmente alla terapia con “L-Dopa”, che serve nella ricostituzione della mielina, persa durante il trauma. La mielina è la sostanza che ricopre i nervi e che permette la conducibilità degli impulsi nervosi dati dal cervello.

Al San Camillo comunque avevo fatto grandi miglioramenti anche con il fisioterapista che mi seguiva, infatti oltre alla posizione seduta che riuscivo a mantenere sempre per più tempo, cominciavo con il suo aiuto a stare in piedi, anche se la posizione eretta mi procurava fortissimi dolori alle gambe, dato che i primi tre mesi durante il coma avevo quasi sempre le gambe flesse, e quindi stenderle era doloroso.

Successivamente  sono stato trasferito al  Santa Corona di Pietra Ligure, dove era stato detto ai miei genitori che facevano miracoli con le persone affette da emiplegia come  me. Però l'ospedale non si è rivelato all’altezza delle nostre aspettative: infatti appena arrivato mi hanno messo in un letto da dove non mi facevano alzare quasi mai, se non per fare le poche sedute alla settimana di fisioterapia; il perdurare della posizione distesa mi ha fatto venire anche le piaghe da decubito. Mia madre, vedendo allarmata che regredivo invece di migliorare, ha cominciato ad appellarsi ai medici che mi avevano in cura ma senza risultati. Dopo circa un anno di ospedali italiani, senza la speranza di potermi alzare dalla sedia a rotelle, la mia vita non aveva più senso. Fino a poco tempo prima ero un giovane dinamico, espansivo, pieno di vita, ora tutto questo era compromesso, era come il risveglio drammatico da un bel sogno; in quei momenti non sapevo più a che santo votarmi.

 Mio padre quindi, dopo essersi consultato con mia madre, si mise alla ricerca di qualche soluzione alternativa per me, e seppe da un amico medico della possibilità di ricoverarmi a Londra presso il National Hospital il cui costo era altissimo ma per amore mio lo ha affrontato con grandi sacrifici. Nell’agosto ‘71, dopo più di un anno dall'incidente, entrai nell’ospedale di Londra. Ricordo che all’aeroporto di Heathrow, per  poter discendere la scaletta dall’aeroplano, fui portato  giù in braccio da due steward dell’aereo (pesavo 65Kg).

In ospedale, dopo un primo mese di accertamenti medici e di  fisioterapia con cadenza giornaliera,  sono riuscito a riprendere parzialmente l’uso delle gambe. Ho iniziato quindi di nuovo a camminare. Negli altri due mesi di permanenza nell'ospedale di Londra, lo frequentavo in day hospital per le varie terapie (fisioterapia, occupational therapy, logopedia, ecc...); e nel pomeriggio, non sapendo cosa fare, mi sono iscritto ad un corso di inglese, che mi ha  permesso di rispolverare il mio inglese scolastico, e di poter comunicare meglio con i sanitari, comprendendo più chiaramente le considerazioni che facevano sul mio caso.

La mia più grande soddisfazione è stata quella di ripercorrere, al mio ritorno in Italia, l’aeroporto di Heathrow di Londra con le mie gambe, anche se con l'aiuto del bastone.

Ho continuato poi a Torino la rieducazione motoria tanto che mi sono iscritto ad una palestra con piscina, che frequentavo tutti i giorni per mettere in pratica gli esercizi che mi avevano raccomandato di fare i sanitari e fisioterapisti londinesi. Psicologicamente  dovevo sopportare comunque un grosso peso: non potevo più fare le cose che ero abituato a fare prima; infatti ero molto limitato nei movimenti, ed avevo perso completamente l’orientamento spaziale.

Per evitare di essere considerato totalmente invalido, cosa di cui io mi facevo un cruccio, mi  iscrissi nuovamente all’Università: avevo fatto una scommessa con me stesso!

Poiché avevo visto tanta sofferenza intorno a me quando ero in ospedale, volli iscrivermi alla facoltà di Filosofia con  indirizzo Psicologico, dal momento che a Torino non esisteva ancora la Facoltà di Psicologia e,  d’altra parte, spostarmi a Padova o Roma mi sarebbe costato uno sforzo che ancora non potevo affrontare.

Ho frequentato quindi le lezioni dell’Università di Torino, utilizzando la frequenza sia come palestra di apprendimento che come palestra fisica: dovevo infatti spostarmi da un'aula all'altra. Con il colpo che avevo subito, come già detto, avevo perso completamente il senso dell'orientamento spaziale. Infatti  nei primi tempi di frequenza a Palazzo Nuovo mi doveva accompagnare mia madre con il tram. Casualmente una volta mia madre non era presente per accompagnarmi per il rientro a casa e così mi sono diretto in via Po ed ho preso il tram, nella direzione giusta! Da quella volta mi sono recato all’Università sempre da solo. Ho frequentato l’Università a tempo pieno dall’anno 1972/73 e nel 1976, dopo tre anni, sono riuscito a laurearmi in Psicologia Sociale con una tesi sull'Istituzione Psichiatrica torinese. Subito dopo la laurea sono entrato a lavorare come Direttore Psicopedagogico a “Villa Lauro,”  un Istituto per ragazze handicappate sulla collina torinese. Devo dire che questo primo incarico ricevuto dalla Direzione dell’Arciconfraternita di Torino mi è stato molto utile  e mi ha dato lo stimolo per andare avanti nella ricomposizione della mia persona.

Successivamente (era l’agosto 1982) sono stato nominato Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minorenni di Torino, incarico che ho ricoperto fino al dicembre 1996.

Era   il 1984 quando vinsi il concorso per  Educatore presso il Comune di Torino dove fino al 18.07.2000 sono stato impiegato per 16 anni  nell’Assessorato alla Assistenza: dapprima come Educatore al Centro Socio-terapico di Via Medici, poi come responsabile del  Centro IDEA per la consulenza sugli ausili per invalidi nel territorio torinese.   Successivamente sono stato coordinatore delle Comunità Alloggio per Anziani e del Telesoccorso, servizio che ho fatto praticamente decollare e avviato verso un completo funzionamento. Nel giugno '96 sono stato nominato referente amministrativo per il coordinamento degli affidamenti degli anziani, che era partito nel ’95 ma che di  fatto non era mai decollato; con la mia gestione il servizio è stato avviato verso una piena efficienza. Ricordo che in quel periodo saltavo da una riunione all’altra nei vari quartieri, per coordinare ed avere dei colloqui di approfondimento con le assistenti sociali del comune di Torino. Infine ho organizzato,  per la Circoscrizione 3, un ufficio dove sono stato incaricato, nell'ultimo biennio prima di andare in quiescenza per l’aggravarsi delle mie   condizioni, di coordinare il trasporto dei disabili che frequentano i Centri Socioterapeutici.

Sono iscritto all’Albo degli Psicologi e partecipo alle commissioni della Sanità di PSICOGERONTOLOGIA, Nuove Tecnologie, Handicap e Psicologo in farmacia.

Questa è una breve cronaca di “medicina narrativa” che riassume in poche parole anni, mesi, giorni, minuti, frammenti di una vita intera, una vita che è stata spezzata in un attimo. Ma  quei fili spezzati si sono miracolosamente ricomposti: il cammino è stato durissimo, lungo, irto di difficoltà; è stato un susseguirsi di speranze, delusioni, sorrisi, disperazione, ansie,  fatiche,  pianti, rabbia, tanta paura, ma anche di piccoli passi e conquiste faticose, che davano però tanta gioia e la forza di ricominciare. Dolori  fisici anche atroci durante la terapia riabilitativa, grinta, felicità per ogni piccolo avanzamento. Dietro a tutto ciò, oltre naturalmente alla mia forza di volontà e voglia di ricominciare , c'è stato tutto un mondo di affetto, di amore e di forza morale: la mia mamma Clara, soprattutto, che, nel vivere con me il mio travaglio, mi ha partorito una seconda volta, e poi le mie sorelle Lucia, Laura, Marina, mio padre Italo.

Oggi posso dire che il mio reinserimento sociale è completo, e così il mio mondo affettivo-relazionale: sono felicemente sposato dal 1985 ed ho una meravigliosa figlia di venticinque anni, Carlotta, che rappresenta la sintesi di tutto ciò  che di più bello c'è nella mia storia ed il mio più bel "ponte verso il futuro", e di tutto questo, ogni giorno ringrazio Dio.

La mia gratitudine naturalmente va ai medici ed ai terapisti della riabilitazione che, in tutti questi lunghi anni, mi hanno curato, aiutato e sostenuto con professionalità ed umanità nel faticoso percorso verso il ritorno alla normalità.

Contatti

Il dott. Giuseppe Del Vescovo riceve a:

TORINO - Corso Guglielmo Marconi, 4

ANCONA - Via Castelfidardo, 4

Tel.: +39 3476662697

Fax.: +39 0117920493

Sitemap

Utilizziamo i cookies per migliorare l'esperienza dei nostri utenti. I cookies sono piccoli file che vengono memorizzati sul tuo computer e servono per identificare i nostri utenti. Chiudendo questo messaggio acconsenti all'utilizzo dei cookies da parte nostra, a meno che tu non decida di disattivarli.